Anteo Zamboni
Anteo Zamboni (Bologna, 11 aprile 1911 – Bologna, 31 ottobre 1926) è stato un anarchico italiano, protagonista di un attentato fallito ai danni di Benito Mussolini.
Morì appena adolescente (15 anni) sotto i pestaggi e le coltellate inflitte dagli squadristi, poco dopo il tentativo di uccidere il Duce. L'episodio fu poi usato da Mussolini come pretesto per un giro di vite che aumentò la repressione e l'autoritarismo dello Stato.
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[modifica] Biografia
Figlio di Viola Tabarroni e Mammolo Zamboni, tipografo ex anarchico convertitosi al fascismo per ragioni economiche (faceva affari stampando i fogli di propaganda della sezione bolognese), era fratello di Assunto e Vico[1]. Di carattere solitario e taciturno, in famiglia veniva soprannominato il Patata, sembra per via della sua scarsa intelligenza[1].
[modifica] L'attentato
La sera di domenica 31 ottobre 1926, quarto anniversario della Rivoluzione fascista, Mussolini si recò a Bologna per inaugurare lo Stadio Littoriale. Appostatosi in piazza del Nettuno, Anteo Zamboni sparò contro di lui, mancando il bersaglio.
Il maresciallo Francesco Burgio, presente all'attentato, testimoniò:
| « Mi trovavo come spettatore accanto ai militari di prima linea che erano di cordone, presso l'angolo di via Rizzoli e di via Indipendenza, quando giunse il corteo presidenziale. Mentre dalle finestre dei palazzi cadevano fiori sull'automobile del Duce, un individuo, allontanato bruscamente un soldato del cordone, ha allungato il braccio destro in direzione dell'on. Mussolini facendo l'atto di sparare. Per fortuna un maresciallo dei carabinieri, il sig. Vincenzo Acclavi, del nucleo di Trieste, dava un brusco colpo al braccio dello sconosciuto; così che il colpo, esploso in quel momento, deviava e il Duce sfuggiva per miracolo al criminoso gesto dell'attentatore. Fra i primi ad afferrare lo sparatore furono un tenente del 56° fanteria ed alcuni squadristi. » | |
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(Dalla testimonianza del maresciallo maggiore Francesco Burgio[2])
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Il proiettile colpì il cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro che Mussolini indossava a tracolla e si conficcò nella tuba del sindaco Umberto Puppini. In reazione a tale gesto, gli squadristi di Leandro Arpinati, fra i quali Arconovaldo Bonaccorsi, si gettarono sullo studente quindicenne e lo linciarono.[3] Il tenente del 56º fanteria che per primo individuò e bloccò il giovane attentatore fu Carlo Alberto Pasolini, padre di Pier Paolo Pasolini. Non sono ancora stati chiariti i motivi del gesto di Zamboni: la memoria collettiva lo ricorda come giovane anarchico, proveniente da famiglia di anarchici.
Le indagini di polizia si svolsero inizialmente negli ambienti squadristi bolognesi ipotizzando in un primo tempo un coinvolgimento di capisquadra locali come Farinacci ed Arpinati, ma che non diedero alcun risultato. A quel punto si concluse che l'attentato non poteva che essere opera di un elemento isolato.[4] Una ulteriore indagine sollecitata dal Ministero degli Interni fu svolta ancora dai magistrati del Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato, ma anch'essa approdò alle medesime conclusioni conseguite dalla polizia.[5] Il padre di Zamboni sostenne che la paternità dell'attentato era del figlio, il quale aveva agito "con pieno senso di responsabilità".[2]
I procedimenti penali successivi condannarono a 30 anni di prigione il padre Mammolo e la zia dell'attentatore (Virginia Tabarroni, amante di Mammolo Zamboni) per aver comunque influenzato il giovane nelle sue scelte ma, pochi anni dopo (1932), Mussolini decise di graziare i due condannati e di sovvenzionarne il fratello Assunto che si trovava in difficoltà economiche[6] e si era deciso ad arruolarsi come delatore per l'OVRA[1].
Il papa Pio XI condannò l'attentato definendolo come: "criminale attentato il cui solo pensiero ci rattrista... e ci fa rendere grazie a Dio per il suo fallimento".
Mussolini ebbe modo di condannare il linciaggio di Zamboni con queste parole:
| « Degli attentati da me subiti, quello di Bologna non fu mai completamente chiarito. Certo che me la cavai per miracolo. L'esecutore, o presunto tale, fu invece linciato dalla folla. Con questo atto barbarico, che deprecai, l'Italia non dette certo prova di civiltà. » | |
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(Benito Mussolini[7])
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[modifica] Le conseguenze politiche
In seguito al fallito attentato, già un mese dopo furono approvate le "Leggi per la difesa dello Stato". Circa 120 deputati dell'opposizione furono dichiarati decaduti, fu istituito il Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato, che riaprirà il caso Zamboni, fu approvata l'istituzione della pena di morte per gli omicidi a sfondo politico e tutte le pubblicazioni ostili furono sospese.[8]
[modifica] La versione antifascista
È stata ipotizzata una complessa dinamica dell'attentato diversa da quella comunemente accettata ed affermata dalle indagini. Questa prende in considerazione i legami che esistevano fra Zamboni e Leandro Arpinati, sostenendo che, dietro il gesto, vi fosse un complotto di potere interno al fascismo, tra l'ala del fascismo intransigente legato a Roberto Farinacci e quello normalizzatore sostenuto da altri gerarchi. La tesi cospirazionista prevede quindi che il gesto sia stato compiuto da altri che, avrebbero fatto cadere la colpa sul giovane anarchico.[9][10]
[modifica] Riconoscimenti
Ad Anteo Zamboni, personaggio che fa parte di quella che Palmiro Togliatti definì "Resistenza silenziosa", sono dedicate a Bologna una piccola via[11] e una lapide.
[modifica] Note
- ^ a b c Sandro Gerbi, Perche' il " Patata " sparo' al Duce-Un ragazzo difficile che agi' da solo per protestare contro la figura paterna Mussolini rimase illeso. L' episodio servi' al regime per aumentare la repressione, quotidiano Corriere della Sera del 15/02/1996, pag.25
- ^ a b Mario Fusti Carofiglio, Vita di Mussolini e storia del fascismo, Società editrice torinese, Torino, 1950, pag. 164"
- ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a Mussolini, Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata n°8 Anno 1965, p. 244: "Un gruppo di squadristi si lanciò sull'attentatore: più tardi sul suo cadavere furono contate quattordici pugnalate profonde, un colpo di pistola e tracce di strangolamento"
- ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a Mussolini, Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata n°8 Anno 1965, pag. 244: "Lasciamo la parola all'ex capo dei servizi politici presso la Direzione generale della PS, Guido Leto. "Furono sospettati a turno" egli scrive "Farinacci, Balbo, Arpinati, quest'ultimo perché proveniente dalle file anarchiche e amico della famiglia Zamboni, e lo stesso Federzoni, ma le indagini accurate che furono eseguite dalla questura di Bologna, diretta allora da un eccellente funzionario, il questore Alcide Luciani, e da un altro espertissimo funzionario, perfetto conoscitore dell'ambiente bolognese, Michelangelo Di Stefano, giunsero alla conclusione che non v'era alcun elemento apprezzabile per sostenere la tesi di un complotto organizzato nei ranghi fascisti. Ve n'erano, invece moltissimi per convalidare quella di un gesto di un isolato"
- ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a Mussolini, Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata n°8 Anno 1965, pag. 244: "Un'inchiesta segreta fu anche compiuta, in seguito, per iniziativa del Sottosegretario all'Interno, conte Giacomo Suardo, dal magistrato Noseda del Tribunale Speciale; ma i risultati non differirono da quelli stabiliti dalle indagini della polizia"
- ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a Mussolini, Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata n°8 Anno 1965, pag. 244: "Mussolini pure accettando la tesi ufficiale perché non si trovò mai traccia che portasse ad altre conclusioni, rimase non del tutto persuaso dell'opera della giustizia, tanto che - dopo qualche tempo - fece non solo graziare i condannati, ma sovvenzionò sempre un fratello dell'attentatore"
- ^ Arrigo Petacco L'uomo della provvidenza, Mondadori, 2004
- ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a Mussolini, Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata n°8 Anno 1965, pag. 244: "Un mese dopo il colpo di pistola, alla riapertura delle Camere, 120 deputati dell'opposizione venivano privati del mandato parlamentare. Il Parlamento così epurato, approvava le cosiddette "Leggi per la difesa dello Stato". Veniva istituito il Tribunale Speciale e ripristinata la pena di morte per i delitti politici. Tutti i giornali non controllati dal PNF dovevano sospendere le pubblicazioni. L'Italia veniva completamente fascistizzata."
- ^ Brunella Dalla Casa Attentato al duce. Le molte storie del caso Zamboni, Il Mulino, Bologna. La Della Casa è direttrice dell'"Istituto per la storia della Resistenza Luciano Bergonzini"
- ^ Riprendendo Dalla Casa, Dino Taddei scrive: «Molto più credibili appaiono gli scenari che prendono in considerazione uno scontro di potere interno al fascismo, tra gli estremisti legati a Farinacci ed il nuovo corso normalizzatore voluto da Mussolini. Complotto maturato tra i duri e puri friulani, come un'indagine dei carabinieri lascia intravedere, salvo essere bloccata per decisioni superiori, forse dello stesso Mussolini, che di tutta questa vicenda rimase comunque l'unico beneficiario, trasformando un fallito attentato alla sua persona nell'occasione per chiudere definitivamente la partita con l'antifascismo e contemporaneamente di marginalizzare le frange estreme in seno al partito fascista» (Il giovane Anteo, in A/Rivista Anarchica).
- ^ La nota via Zamboni è invece intitolata a Luigi Zamboni
[modifica] Bibliografia
- Brunella Dalla Casa, Attentato al duce. Le molte storie del caso Zamboni, Bologna, Il Mulino, 2000.
- Arrigo Petacco L'uomo della provvidenza, Milano, Mondadori, 2004.