Adolfo De Bosis

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Adolfo De Bosis (Ancona, 2 gennaio 186329 agosto 1924) è stato un poeta e scrittore italiano.

[modifica] Biografia

« Nacque ad Ancona il 2 gennaio 1863 al terzo piano del palazzo di Via Saffi 9 (allora 246) proprietà di suo padre, da Angelo (di Ferdinando e Rosa Maddalena) e da Virginia Knapp (di Giacinto e Clementina Pelosi) »

La giovinezza di Adolfo fu felice, e nella sua famiglia si avverte un’aria di cosmopolitismo che non può non aver influito sulla formazione del poeta, aperta ad influssi molteplici e diversi. La presenza di una parentela in cui si mescolavano influssi tedesco-boemi (da parte di madre) ed inglesi (da parte dello zio) fu un crogiolo in cui le naturali tendenze del giovane De Bosis poterono svilupparsi con assoluta libertà. Un solo avvenimento veramente triste lo colpì negli anni della giovinezza: la morte per suicidio, a causa di un tracollo finanziario, del padre Angelo, che la madre aveva sposato in seconde nozze. L’episodio, come racconta la moglie Lilian Vernon nelle sue memorie inedite, risultò assolutamente significativo:

« Adolfo non mi parlò mai chiaramente di questo avvenimento, che ebbe su di lui un effetto atrocemente profondo. Appena fidanzati mi accennò alla "tragica morte di mio padre", al dolore inconsolabile di averlo perduto così presto, ma solo dopo parecchi anni seppi la triste storia, da zia Elena Welby, e più tardi Mammà mi raccontò tutto. Solo quando seppe che io lo sapevo, Adolfo di tanto in tanto, in un accesso di pena, faceva qualche allusione a questo dolore, e mi disse che fin dai quattro anni era stato soggetto a grandi depressioni nervose, che duravano parecchie ore e che i medici non sapevano spiegare. Per la morte del padre, il dolore di tutti ed i mutamenti nella vita di famiglia, tutta la sensibilità del suo organismo, il tragico del suo carattere, fu approfondito, e per tutta la vita lottò contro l'angoscia del ricordo e l’impulso imitativo. Nessuno può sapere quanto soffrì in quei cinquant'anni, quanto fu valorosa e costante la lotta per vincere il morboso contrasto fra questa triste eredità e la gioia della vita, l'adorazione dalla bellezza sensibile e morale, che erano la vera architettura della sua anima. »
(Lilian Vernon)

Echi di questo evento si colgono talvolta, nelle poesie debosisiane, soprattutto quando egli accenna alle grandi tematiche della morte e del dolore, instaurando in ciò un parziale parallelismo con il suo grande sodale Pascoli. Mentre però quest’ultimo fu nettamente influenzato dalla tragedia che coinvolse la figura paterna, De Bosis sembra rifuggire da una identificazione troppo diretta, limitandosi a cenni fugaci, spesso quasi indecifrabili, come nel caso seguente:

"Voi la vedeste...? E l'udiste,/ anche…? - Parlò solenne/ tra l'ombra de le ferree penne/ parve, né lieta né triste,/ ma ineffabilmente austera/ e grande. Disse: "O mortale!/ O figlio! O schiavo del male/ che vacilli ne la tua sera!/ ti monderò ne l'aurora, al fonte/ de l'Oblio, presso a le mie porte!"/ - Così disse. E a voi su la fronte/ Fu il battesimo de la Morte./ Come, allor, tenüe ogni/ vostra doglia, ogni vostra cura!/ e come pallidi i sogni,/ e vana ogni vostra paura!/ Come parve breve l'acume/ di vostra umana sapïenza,/ ed ogni pagina senza/ arte nel vostro volume!/ Ed ora…? Ricominciamo/ da capo, con pacato cuore!/ Ogni parola ha un sapore/ nuovo: "io vivo" - "io amo" -/ - "io voglio" come certe poma/ asprette ne la maturità/ sanno, duplice aroma,/ d'orgoglio e di verità."

Qui i convalescenti subiscono un «battesimo de la Morte» che, in realtà, viene a porsi non solo come superamento della giovinezza, ma anche come finale guarigione (il lavacro «al fonte de l’Oblio») dal trauma luttuoso che era stato subito nella prima infanzia. De Bosis, in altre parole, non si compiacerà mai di ritrarre nei suoi versi eventi personali, se non trasfigurandoli e rendendoli immagine simbolica da reinterpretarsi alla luce deformante e riqualificante del mito. Da un punto di vista geo-storico, giova notare che De Bosis trascorse la sua giovinezza nelle Marche post-unitarie, sottoposte fino al decennio precedente alla dominazione papalina, e imbevute pertanto d’una antiquata cultura erudita e localistica. L’opera del Leopardi non aveva lasciato grandi tracce all’interno del panorama artistico marchigiano, anche per l’incommensurabile distanza che separava il recanatese dagli altri intellettuali della sua regione. Certo, all'interno della produzione di De Bosis si reperiscono molte tematiche leopardiane, si pensi alla meditazione sulla morte, o alla revisione in senso progressivo del dato mitologico, ma si può dire che esse appartengono a un leopardismo tipicamente tardo-ottocentesco, e non possono costituire in alcun modo una discriminante geografica. L’esempio successivo del Mercantini, poeta d’ispirazione patriottica, ha influenzato solo in parte De Bosis; è vero che la sua prima produzione risente di tematiche carducciane non coeve alla temperie risorgimentale, e tuttavia il nazionalismo emergente nel "Convito", che peraltro fa spesso capolino anche nelle liriche debosisiane, si nutriva proprio d’una rivalutazione del Risorgimento, pur con caratteristiche eroicizzanti estranee alla letteratura patriottica precedente. È altresì vero, che, con l'approssimarsi del ventesimo secolo, la cultura marchigiana andò orientandosi in senso cosmopolita, e secondo dettami di gusto e di produzione che l'avvicinarono sempre più ai grandi movimenti italiani ed europei. Ancona, poi, luogo di nascita del poeta, aveva ricevuto dall'unificazione nazionale un forte impulso al rinnovamento socio-economico. Essa

"era stata investita di nuove responsabilità amministrative: […] ma non disponeva di spazi e di edifici pubblici adeguati e di infrastrutture moderne per ospitarle; per questo erano in corso grandi lavori pubblici […]. Furono lavori di grande impegno economico che offrirono diffusa occasione di lavoro e favorirono l'affluenza di risorse. Il nuovo asse di sviluppo della città era rappresentato dal Corso Vittorio Emanuele, dove si coagulano, anche se in misura assai lenta rispetto alle previsioni e con frequenti incentivazioni pubbliche, anche gli investimenti privati. Il livello della industrializzazione della città e tra i più alti e non si è ancora consumato nella città il processo di progressiva, lenta terziarizzazione del capoluogo, che si mostra al visitatore con tratti quasi futuristi."

Si comprende, quindi, che il retroterra debosiano era caratterizzato sin da allora da due momenti fondanti: in primo luogo era presente da una temperie culturale che, partendo dal magnifico esempio di Leopardi, e transitando attraverso un sostrato di tipo antiquario e regionalistico, trovava le sue prime potenzialità in quelle che Baldoncini ha acutamente chiamato «fratture anche lancinanti» fra esigenza romantica di rinnovamento e ancoraggio pervicace a modelli classicisti tardo-settecenteschi; secondariamente, il panorama post-unitario in cui Ancona veniva a porsi la vedeva come una città dinamicamente volta a un poderoso sviluppo industriale, capace di rivoltare dalle fondamenta le strutture sociali ed economiche del passato, e quindi di portare in auge quella cultura positivistica che era nata proprio con l'occhio rivolto al progresso. Queste sono le basi culturali e paideutiche su cui si regge l'ideologia debosisiana, e il collidere in lui di diverse esigenze (la classicità dei versi, la mitografia superomistica ed ellenizzante che emerge in testi come "Inno al mare" o "Il sogno di Stènelo" da un lato; e dall'altro la sua fede assoluta nel valore quasi messianico del progresso umano, che si affianca all'ammirazione di poeti romantici "di rottura" come Shelley) appare assolutamente congruente con il dato geo-letterario di partenza. In un'ottica del genere, forse, va anche interpretata la scelta del poeta di rimanere "business man", ponendo la propria produzione artistica a latere, sia pure su uno scranno più alto rispetto a quanto accadeva ai vari poeti e letterati dilettanti che popolarono in gran numero l'Italia del secondo Ottocento e del primo Novecento. Non si deve poi dimenticare che De Bosis non troncò mai del tutto i rapporti con la sua regione. Il poeta usava trascorrere le sue vacanze estive sul Monte Conero, presso la famosa "Torre" di Portonovo, che si ergeva isolata sul promontorio e che egli prese in affitto dal Pubblico Demanio di Ancona. Egli la fece riattare ed arredare a sue spese, e, a quanto sembra, proprio nella "Torre" pare abbia scritto parecchie delle liriche che appaiono nella sua raccolta di poesie. Certamente alla "Torre", e in parte sul Monte Conero dove soggiornava in un casolare di proprietà dei Carafa d’Andria, De Bosis scrisse il famoso "Inno al Mare", che si può considerare una delle sue composizioni artisticamente più riuscite. Il luogo doveva essergli carissimo, tanto che una volta, riferendosi alle angustie romane, il poeta ebbe a scrivere di aver «un così fiero senso di nostalgia per il mio Monte Conero, la quale ribolle in ostilità aperta contro tutte le cose e le persone e le servitù e le miserie della città». Tornando alle vicende biografiche, e in relazione alla sua attività giovanile, va soggiunto che De Bosis, compiuti gli studi prima presso l’Istituto “Vittorino da Feltre” e poi, a Osimo, presso il Collegio Campana, spiccò subito come uno dei migliori allievi:

"Ottimo in tutte le materie, anche in italiano, era il più brillante alunno del suo tempo, ammirato da tutti, in quelle piccole classi spesso di soli sei ragazzi. Lì, verso i sedici anni ebbe fra le mani qualche poesia dello Shelley, e cominciò subito quella comunione col suo poeta che durò per tutta la vita, e come primo omaggio tradusse in versi italiani Time. Un po’ d'inglese l'aveva imparato da un condiscepolo, Paoloni, per cui aveva un'ammirazione grandissima. Il sentirsi dire "my dear" da lui era una delle sue rare gioie (molti anni dopo rivide questo ideale giovanile, e fu una gran delusione: era diventato un uomo comunissimo, spento)."

Bisogna qui rilevare che lo scrittore, anche per seguire un’incipiente vena letteraria che si andava sviluppando in lui, si dedicò prestissimo ad una indefessa attività giornalistica. Di essa sono testimonianza gli articoli contenuti nella rivista “Le Ondine”, definita dal Giangiacomi “corriere dei bagni”, che nacque nell’estate del 1880 e che egli diresse assieme all’amico Armando Angelucci; o il sodalizio con il “Preludio”, un periodico letterario con collaboratori anche illustri, sorto a Bologna nel 1877 e passato poi ad Ancona tre anni dopo. Nel 1880, sempre secondo la Vernon,

"Adolfo approfondiva l'inglese nelle rare vacanze in Ancona, leggendo e analizzando con un certo Lampel, mezzo inglese, cieco, coltissimo, spirito indipendente, mordace, scettico, che si compiaceva assai della compagnia del giovane studioso eccezionale, ed ebbe su di lui un'influenza notevole. A diciotto anni finì il liceo e fece un viaggetto d'istruzione. A Bologna dopo la cena con il fratellastro Ferdinando, che spesso chiamava "mio cugino" e con sua moglie Angelina dal severo e colto suocero Marchese Scarselli, fu invitato da un compagno in un club dove conobbe Enrico Panzacchi e Giosuè Carducci, con grande meraviglia del fratello che in parecchi anni di residenza a Bologna non aveva avuto tale fortuna."

La notizia riportata dalla consorte di De Bosis, secondo cui egli avrebbe conosciuto Carducci all’età di diciotto anni, appare significativa, perché contrasta con quanto universalmente noto, e cioè che l’incontro sarebbe avvenuto quando Adolfo era ventisettenne . Tuttavia la Vernon, pur credibile in linea di principio, ha certamente sopravvalutato gli accenni del marito a qualche fugace incontro occasionale, in cui il giovane marchigiano potrebbe essersi limitato soltanto a un platonico “amor de lohn” verso il Carducci. Il contatto diretto, invece, fu reso possibile dalle circostanze solo nove anni dopo, quando lo spirito d’iniziativa di De Bosis fu finalmente confortato da una raggiunta maturità umana e intellettuale. Nel 1881, per i tipi della tipografia Pasqualis di Fano, Adolfo pubblicò il suo primo libro di liriche, i già citati Versi di Adolfo De Bosis. Questo volume, di cui ci si occuperà meglio in seguito, segna comunque l'ingresso del De Bosis nell'effervescente panorama della poesia di quegli anni, con una politezza stilistica che, se pur non sostenuta da vera originalità d'ispirazione, mostra tutto il coraggio intellettuale del giovane scrittore anconitano. Trasferitosi a Roma nel 1882, il giovane De Bosis si iscrisse alla facoltà giuridica, consigliatagli dai nonni paterni («[…] quegli studi preparano per tanti generi di lavoro […]» ), e si dedicò con serietà allo studio, ma senza tralasciare di coltivare amicizie mondane di qualche interesse:

Adolfo frequentò poco l’Università, di Roma, alla Sapienza si preparava seriamente agli esami che passava sempre brillantemente. Leggeva molto, anche in un piccolo circolo di letture liberale, che aveva fondato con altri compagni di università: Moise Ascoli, figlio del famoso filologo Graziadio Ascoli, poi marito della zia Lilli; Gaetano Vitali, David Santillana, di qualche anno maggiore di lui, tunisino israelita, già avvocato, padrone di cinque lingue oltre le classiche e l'arabo, autore stimato e tradotto in inglese, di grande ingegno e soprattutto di grande carattere e rettitudine. […] Alloggiò il primo anno in una camera mobiliata a Vicolo del Corallo, raccomandata da qualcuno in Ancona; il solo mobile, oltre gli indispensabili era il suo baule, rivestito da una coperta da viaggio tigrata. Aveva da casa un mensile di 150 lire. Poi con Vitali, che conobbe credo all’università, presero un quartierino vuoto a Castro Pretorio, che guardava i monti. Lo mobiliarono sommariamente, anche con una botte che riempirono d'acqua Marcia per farne il bagno. Ma Vitali era "difficile", e presto andò per conto suo e Adolfo prese una stanza da solo a Via degli Artisti, vicino a Capo le Case, a pianterreno, con finestre basse a ringhiera, da cui saltava spesso sulla strada. Aveva molto raffinato il suo gusto nel contatto con la città, con artisti e "signori",e ornò questa stanza con le famose stuoie giapponesi e altri oggetti presi alla bottega di Via Condotti la cui proprietaria fine e intelligente, aveva conosciuto nello studio di Sartorio.

Alla “Sapienza”, De Bosis fece subito amicizia con D’Annunzio, cui fu sempre legato da fraterna amicizia forse anche per il fatto che era suo coetaneo. In compagnia del pescarese, affrontò, nello stesso anno, la famosa crociera nell’Adriatico sul battello a vela Lady Clare, ove entrambi i poeti rischiarono il naufragio e vennero salvati da una nave da guerra italiana che li aveva fortunosamente incrociati sulla propria rotta.

A Roma, De Bosis partecipa delle polemiche letterarie e del "milieu" bizantino, ma senza perdere d'occhio - a differenza dell'amico D'Annunzio - l'agognata laurea. Conseguito il titolo di dottore in legge, De Bosis si dedicherà a varie attività di tipo imprenditoriale, giungendo addirittura a diventare consigliere delegato delle acciaierie Terni e consulente legale della «Società Italiana per il Carburo di calcio», nonché direttore della «Associazione Elettrotecnica Italiana» . Nel 1890, De Bosis sposò la summenzionata Lilian Vernon: di nazionalità americana, la donna apparteneva a una famiglia di ascendenze anglosassoni, che dal New England si era recata nel Middle West al tempo dei pionieri. Era figlia di un ministro protestante che, giunto in Italia nel 1874, aveva qui fondato la locale Chiesa Metodista Episcopale, ed era vissuta nella penisola fin dall'infanzia. De Bosis aveva conosciuto la Vernon ad una festa presso l'ambasciata americana nel 1886, e ne aveva subito apprezzato la «cultura profonda e raffinata», nonché l'affabilità e la tempra morale. Il matrimonio con la Vernon, rallegrato da numerosa prole, ebbe chiari influssi sul De Bosis poeta, costringendolo a confrontarsi alacremente anche con quella letteratura americana che, fino a qualche tempo prima, non era certo stata fra i suoi interessi precipui. Fu anche grazie alla benefica influenza della moglie che la carriera poetica non venne mai abbandonata, ed è proprio nel quindicennio che va dal 1884 al 1899 che De Bosis compose grandissima parte della sua produzione lirica. È il periodo, questo, in cui lo scrittore marchigiano, spalleggiato da D’Annunzio e Pascoli, si dedica all’avventura editoriale del “Convito”. I rapporti letterari fra i due poeti maggiori e De Bosis all’interno del “milieu” conviviale sono stati già esplorati, e non è qui certo il caso di ritornarci; tuttavia, essi determinarono anche un dato esperienziale che non poteva non coinvolgere De Bosis e i suoi amici da un punto di vista più squisitamente interiore. Notevole, in tal senso, la descrizione che ne dà Ugo Ojetti, introdotta da questo bellissimo ed efficace quadro d'ambiente:

"Le stanzette che in un mezzanino del palazzo Borghese, sulla discesa verso Ripetta, Adolfo De Bosis le aveva addobbate pel suo "Convito, erano in puro stile dannunziano: odor d'incenso o di sandalo, luce mitigata da tende e cortine, sete e velluti alle pareti, cassepanche e tavole del rinascimento, divani profondi senza spalliere con venti cuscini, e in vecchie maioliche fiori dal lungo stelo, fasci di rami fioriti. Sopra una stanza che si diceva fosse stata addirittura il bagno di Paolina Borghese, voltava un soffitto affrescato ai primi del seicento. In un'altra, un'erma di Shelley […] ci fissava cogli occhi chiari nel puro colto da adolescente […]."

Colà, De Bosis, che «fuor del candido diritto solino […] tendeva il collo, alzava le folte sopracciglia sui belli occhi bruni, si abbandonava tutto al suono e al ritmo», declamava all'amico le poesie di Shelley, le sue, o quelle del Pascoli, «con la sua voce sonora, ora acuta e di testa, ora cupa e rombante» . Colà si ritrovava anche il Pascoli, sovente accompagnato dal fedele Gulì:

"Girava attorno gli occhi rotondi per scegliersi un posticino senza petali di rose e senza cuscini, tirava Gulì pel laccio finché gli s'accovacciava tra i piedi possibilmente su un angolo di pavimento che fosse nudo di tappeti persiani, poi si cavava di tra i labbroni il mezzo toscano per assicurarsi che fosse ben spento, e supplicava: - Adolfo, - come nel mare mosso ci si appoggia all'albero maestro, Adolfo accorreva cordiale e semplice com'era il suo fondo di borghese sano e marchigiano, gli si sedeva vicino, accarezzava Gulì, e gli offriva un cioccolatino."

E contentissimo, come dimostrano fra l'altro le lettere raccolte dalla Ghelli, fu il De Bosis dello “Hammerless gun”, che il Pascoli aveva dedicato ai due figlioletti Percy e Valente:

"Sono tutto lieto per me e per lei (sc.: la moglie Lilian) e superbo per Percy e per Valente, e grato grato della tua liberalità. Ed è bellissima la poesia, così fresca e sapiente come sai fare tu solo. Quanto ti ammiro: altrettanto quanto ti amo. Bellissima la poesia. Anche perché letta a Virginia (quella che noi chiamiamo Mimosella) non la farà piangere sulla sorte de' cari uccellini!… Altro, altro vorrei dirti ma temo che non ti giunga più questa lettera (è tardi) e tu ti dolga del non aver io visto ancora e amato il tuo dono."

Queste descrizioni e situazioni idilliche, presenti anche nelle Memorie della Vernon, ma a volte non completamente supportate dagli epistolari, sono tuttavia il segnacolo di un sodalizio fecondo e soddisfacente anche dal punto di vista puramente umano. Ma le strade dei “sodales” erano destinate a dividersi. Le fatiche poetiche e i contatti si ridussero, forse anche per le mutate condizioni culturali, certo perché le attività lavorative del poeta si fecero sempre più pressanti e urgenti. Tra l’altro, il De Bosis aveva conosciuto nel ’12 una fanciulla molto più giovane di lui, con cui aveva intessuto una relazione prima intellettuale e poi intima. Giuseppina Vismara, la “Sorrisa” dell’epistolario De Bosis – Vismara, è un personaggio quasi diafano nel dato biografico, non essendo stato possibile identificare con precisione chi essa fosse. Tuttavia, le lettere che il De Bosis le scrisse, valide molto di più come documento umano che da un punto di vista critico o filologico, sono la traccia che lo “spirito ardente” dell’anconitano non si era assopito neppure all’età di cinquant’anni. A titolo d’esempio, se ne riportano due, quella che apre la corrispondenza, e una missiva del 1915, che sembrano essere le uniche significative a fini cronologici. Va infatti ricordato che la maggior parte del carteggio si compone di bigliettini e di telegrammi di scarsa importanza, e che – come già si accennò in sede introduttiva – pochissimi sono i testi che possono avere qualche valore documentario forte per lo studioso:

"9 feb. 1913

Figlia e amica mia dolce! le buone lacrime ch’io vidi negli occhi vostri ecco tornano a me in lacrime di tenerezza. Io vi benedico come una prediletta. La mia sete di bene e la mia fede nella bontà della vita e nell’arte di renderla armoniosa e felice non ebbero mai premio più dolce di quello che mi viene da voi. Sia per il vostro bene e per il mio! Nulla vale la soavità di un consentimento di anime. E la vostra è così squisitamente cara, tenue, primaverile, che io parto verso di lei con tutta la mia tenerezza. Le vostre mani possono bene accettare l’offerta che io posso bene pretendere. Venite, ritornate non raramente; siate parte della mia famiglia ideale. E non mi ponete troppo in alto – vi prego! Perché la mia voce vuol esservi fraterna e vicina. Tante, tante cose da dirvi, ancora, figlietta buona! Tante chiare fonti di poesia, grande e consolatrice, cui spero condurvi per mano, quando vorrete. Vi mando il volume dei miei versi, e i dodici libri del mio Convito. Ricopierò per voi tutti i miei versi inediti, perché voi dovete avere quanto hanno i miei più cari. E voi siete, da domenica, la mia diletta figliuola. E vi desidero tutto il bene, e so che avrete tutto il bene di cui è largamente capace la vostra anima.

A.dB."

La considerazione critica che più facilmente emerge dalla lettura del testo si ricollega a una tematica che, come si vedrà, è profondamente radicata nella poetica debosisiana. La frase in cui egli si schermisce di fronte alla (allora) giovane amica («E non mi ponete troppo in alto – vi prego!») rimonta al concetto dannunziano, rivisto pascolianamente, per cui il poeta è maestro che deve avere sì discepoli, ma questi ultimi non devono sopravvalutare le sue capacità in alcun modo. Una chiave semantica di tal genere, peraltro presente anche nella lirica “Giovine che mi guardi parlare”, lascia pensare che, all’inizio, De Bosis fosse ancora incerto sulla direzione che il rapporto con la Vismara doveva prendere, se cioè esso dovesse rimanere nell’ambito limitato dell’amicizia o, al contrario, potesse sfociare nell’amore. Un’inferenza di tal genere è possibile, se solo si considera la giovanissima età della donna all’epoca (diciannove anni, come si desume in altra parte del carteggio), e – nel contempo – il fascino da uomo maturo che il quarantanovenne De Bosis doveva indubbiamente esercitare sulla ragazza.

La seconda lettera appare importante, sia perché da essa si può vedere come, ovidianamente, all’amicizia fosse poi seguito l’amore (il dimensionarsi del quale è ovviamente possibile seguire leggendo la corrispondenza intermedia), sia perché essa contiene un importante segnacolo che ci consente di datare la lirica “Ascoltando al telefono la bella voce di una donna bella”, contenuta nelle Rime sparse:

"22.V.1915

Potrò dunque scrivere al mio dolce amore? Potrò dirle la gioja che mi recano le sue parole e quella perenne che mi dà il suo pensiero e quella di cui mi cinge come una carezza la sua voce al telefono? E i cari occhi leggeranno questa pagina frettolosa? Come sembra nuovo tutto ciò e come è strano! Ma come bello è, veramente, quanto mi viene da te, e pur quanto io ti offro, Amor mio! Non è un sogno; non è questa che rincorriamo una creatura della nostra inquietudine e della nostra perplessità. È piuttosto una: è un desiderio di bene e di elevazione. Rammenti talune parole che io scrissi in fronte a quelle mie liriche? Vivere pienamente puramente liberamente. Tale è questo amor mio che ti porge la mano! E tu l’hai accolta nelle tue care mani, Sorrisa! Ora si va insieme, insieme dolcemente, teneramente; verso dove non so, ma verso l’alto sicuramente. Sorrisa! Tutto il mio amore e tutta la mia tenerezza leale!

Adolfo"

La parte più interessante di questa appassionata missiva è quella frase in cui si parla della donna come «quella di cui mi cinge come una carezza la sua voce al telefono», che pare appunto un riferimento a concetti espressi proprio nella lirica di cui si diceva. Anche altrove si hanno sottolineature che porterebbero a pensare a una composizione in atto; nella lettera del 27 luglio 1918 un De Bosis intristito comunica alla Vismara di aver «sentito venirmi invece come l’ispirazione di varie poesie Ai morti, coi quali sono, ormai, in più affabile comunione che con i viventi». Quest'affermazione può forse rimontare alla lirica “Dicono i morti”, dedicata ai morti della guerra mondiale, allora in pieno corso? Non è facile affermarlo con certezza, anche se quella “comunione” con i defunti sarebbe facilmente spiegabile con l’amore verso ideali universalmente condivisi come la pace e la fratellanza, nutrito dal De Bosis sin dai tempi del “Convito”.

Nella missiva datata 11 marzo 1919, De Bosis eleva alte lodi alle stelle, ricordando alla Vismara, in senso interrogativo, di aver «fatto […] una poesia per il loro volubile incendio, per il loro palpito immenso, per la moltitudine ardente […]». L’affermazione debosisiana offre un comodo “terminus post quem” per datare la lirica “Le stelle”, contenuta nella parte centrale delle Rime sparse.

Ovviamente, l’epistolario in questione segue cronologicamente le vicende della vita del poeta, e le lettere finali sono venate di una soffusa tristezza, di una malinconia profonda eppure tale da non esser mai fatta pesare nel rapporto interpersonale con la sua giovane compagna. Per capire meglio questo De Bosis, ormai giunto alle soglie della morte, varrà la pena riportare un escerto della lettera del 17 marzo 1919:

"[…] Ma bisogna mettersi in armonia con la vita e con le sue leggi. Io accetto tutto. Ma debbo curare (e mi è facile) che nessun movimento dell’anima mia sia in disaccordo con queste ore di tramonto triste. Triste non vuol dire fosco. Potrà anche esser sereno. Certo, un grande bisogno di raccoglimento, di devozione, di purificazione mi prende il cuore. Un senso religioso della vita, una fede di maggior giustizia, un ardore di pietà e di simpatia umana mi spingono. L’Amore è sempre l’Amore, forse con altri nomi."

E veramente un animo nobilissimo, se non di poeta grande certo di uomo dalle elevate doti personali, spinge il De Bosis ad affrontare il calvario della sua malattia incurabile, curiosamente simile a quella dell'amico Pascoli. Commovente appare, in questo contesto, la lettera all'Ojetti del 21 agosto 1924, otto giorni prima della morte:

"Il chirurgo […] ha scoperto trattarsi di un neoplasma che cresce lentamente tra la colonna vertebrale e lo stomaco sul plesso solare (finalmente una parola luminosa!), e quando sarà cresciuto abbastanza, il che è prossimo, verrà la riposata fine. Posso dire, col nostro messer Francesco: «Sarei contento di sapere il quando/ Ma pur dovrebbe il tempo esser già preso». Come vedi, ti scrivo in un momento di pausa in cui posso dettare a mio figlio abbastanza agevolmente; ma il più della giornata somiglia a una vera agonia. Raccomando me e desidero siano raccomandati, i miei versi […] alla tua affettuosa memoria. E nel ricordo della nostra antica e salda amicizia ti abbraccio serenamente e fortemente. Ti auguro ogni lieto bene […]."

Queste parole non abbisognano di nessun commento, se non forse quello che lo stesso Ojetti ebbe a esprimere con grande partecipazione affettiva: «Sia benedetta la poesia se ci saprà far morire così, socraticamente, senza una lagrima o un gemito, o almeno senza che gli altri vedano le lacrime e odano i gemiti nostri».

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